Anatomia della Colpa. Il peso del rimorso, volume collettaneo curato da José Russotti, si configura come un'opera coraggiosa e necessaria nel panorama letterario e sociale contemporaneo. Il testo mette a fuoco il femminicidio e la cultura del possesso, intesi non solo come frutti di un’arcaica cultura patriarcale, ma anche di un matriarcato asservito all’uomo. Il curatore – presente anche in veste di autore con il racconto Chi ci pozzu fari e altri testi – arricchisce il volume con immagini e didascalie dal forte impatto visivo e concettuale, oltre che con le poesie Trovare la libertà di Wadia Samadi e Orlo di Sylvia Plath.
La raccolta è preceduta dalla drammatica testimonianza autobiografica di Grazia Distefano, Il buio dei miei quattordici anni, che rievoca le violenze multiple subite durante l’adolescenza e taciute per oltre cinquant’anni per paura, prima di trovare il coraggio della recente denuncia pubblica. A fare da perfetto contrappunto a questa apertura, l'ultimo testo – una pièce teatrale firmata da Giacomo Bonagiuso – è dedicato all’iconica figura di Franca Viola, simbolo storico della ribellione al proprio rapitore e del rifiuto del matrimonio riparatore.
Tra queste due sponde si muove il cuore pulsante dell'opera, costituito da 45 racconti, per lo più in prosa e in parte in versi. Gli autori sono «uomini comuni, non mostri», che scelgono di non sottrarsi alla propria responsabilità, riconoscendosi lucidamente come parte attiva del problema della violenza di genere. La struttura interna del libro crea così un ponte ideale tra la sofferenza subita e la forza della denuncia.
II. L'impalcatura teorica: dal trauma clinico alla responsabilità collettiva
L'impalcatura teorica dell'opera è affidata a due sguardi femminili complementari: la psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica Barbara Cortimiglia e la storica Santina Paradiso, autrici rispettivamente della prefazione, La voce che rompe il silenzio, e della postfazione, Tra analisi storica e responsabilità collettiva.
Cortimiglia esamina i devastanti effetti della violenza psicologica che, pur non lasciando segni visibili:
«[...] agisce nel profondo, perché instilla goccia a goccia: rompe l’equilibrio psichico e altera l’asse neurobiologico dello stress, colpendo i circuiti cerebrali della sopravvivenza. Capire questo squilibrio è il primo passo per prendere coscienza di una ferita che, pur invisibile, è reale e profonda».
L'intento della professionista è fare luce sui «meccanismi psicologici che sottendono dinamiche di sopraffazione e sottomissione», riconoscendo come questa violenza sia «certamente figlia del patriarcato radicato», trasmesso nel tempo persino attraverso alterazioni biologiche profonde evidenziate dagli studi di epigenetica – modificazioni che, tuttavia, non sono immutabili «se si continua a lottare e a denunciare». Lo scopo primario del suo contributo diventa quindi «sensibilizzare l’opinione pubblica e far luce sulle diverse forme di violenza, spesso non riconosciute dalle stesse donne».
Proprio su questa trasmissione temporale e sulla cecità di fronte al sopruso si innesta lo sguardo storico di Paradiso, la quale allarga l'orizzonte ricordando che la violenza sulle donne è un fenomeno complesso radicato in «cause culturali, sociali, psicologiche» tra cui spiccano la disparità di genere e la «cultura patriarcale». Nel suo saggio, la storica traccia una linea di demarcazione fondamentale per l'intera opera: il problema non riguarda singoli «mostri», ma una cultura atavica, profondamente radicata e persistente. Diventa allora necessario compiere un salto evolutivo, passando:
«[...] da una “colpa” individuale, che rappresenta il passato, un legame primordiale con le origini, spesso associato a istinti, a una “responsabilità” collettiva di genere, proiettata nel futuro, che si prefigga di cambiare la società, in particolare di smontare i meccanismi di controllo coercitivo».
Se l'analisi di Cortimiglia decodifica il trauma e i meccanismi difensivi della psiche, Paradiso sposta l'asse sulla necessità di disarmare quella «percezione di possesso e di mancato argine all'obbedienza pretesa» che, degenerando in frustrazione, si traduce in violenza. In questo modo, l'indagine clinica sulla vittima e l'analisi storica sulla società si integrano perfettamente, offrendo le chiavi di lettura necessarie per addentrarsi nella successiva sezione narrativa del volume.
III. Il matriarcato complice: la riproduzione antropologica del codice patriarcale
Un punto di intersezione rilevante dell'opera, riconducibile proprio a quel matriarcato asservito al patriarcato, emerge nei racconti Amore e violenza in un paese siciliano negli anni sessanta del secolo scorso di Giuseppe Rando e Mascarò di Diego Guadagnino.
Nel racconto di Rando, la famiglia di Lio è «gestita e governata dalle donne […], dalle madri […], una sorta di matriarcato», tanto che:
«[...] quando la madre di Lio, la zà Lucia, seppe che Vennera era incinta, cominciò a urlare come una pazza, dicendo che mai e poi mai avrebbe dato suo figlio “a una che fuma, chi nesci a sira, sula, che porta la gunnella troppu curta e si metti il costumi sutta o culu, comu i masculi”. Aveva concluso, dicendo incazzata: “Megghiu mi abortisci”».
Nel racconto di Guadagnino la madre di Vanni La Gatta, detto Mascarò, dotata di un forte ascendente matriarcale, convince il figlio – tradito vox populi dall'ambulante don Cesare – a tornare dalla moglie Caterina usando un cinico pragmatismo:
«Senti, figlio mio, sei uscito da poco di galera e hai tre figli piccoli, in queste condizioni chi speri di trovare? Solo una donna di seconda mano si può mettere con te. E allora ascolta a me: bagascia per bagascia, ti conviene tenerti questa, che è la madre dei tuoi figli; ti l’addreva e servi a tia».
Qui la donna non è vittima passiva, ma diventa l'ingranaggio che perpetua il sistema patriarcale, riducendo la nuora a un mero oggetto d'uso («donna di seconda mano») e normalizzando la svalutazione del genere femminile.
Guadagnino, inoltre, traspone la dinamica della violenza sulle donne sul piano sociale femminile: sono proprio le «vicine più sboccate» a colpevolizzare Caterina, alimentando le voci del presunto tradimento.
Questo passaggio narrativo offre una perfetta sponda letteraria all'analisi teorica di Cortimiglia: il giudizio spietato del vicinato incarna esattamente quelle «diverse forme di violenza, spesso non riconosciute dalle stesse donne», dimostrando come l'interiorizzazione del codice dominante renda le donne stesse carnefici e custodi della gabbia.
Nella sua nota, infine, l'autore eleva il discorso a livello antropologico e psicologico. Di fronte a queste manifestazioni collettive, l'osservatore si rende conto che il nodo patriarcato/matriarcato non è una mera questione psicologica individuale, ma una profonda problematica antropologica che investe l'intera comunità. L'uomo, credendosi «deus ex machina», finisce per essere vittima di se stesso e del proprio inconscio arcaico. Narrare questa cultura rimossa diventa allora il primo, necessario passo per sciogliere tale nodo; un atto terapeutico e critico e, aggiungiamo, un momento cruciale del «cammino evolutivo» umano.
È opportuno sottolineare che, nella sua produzione filosofico-letteraria e saggistica, Guadagnino prospetta un doppio «cammino evolutivo»: individuale (in Trasmutazione) e collettivo (ne I filosofi della Quarta Sezione). Un percorso orientato, in ultima analisi, verso quella risoluzione culturale che è, anzitutto, «liberazione dell’umano».
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