lunedì 1 settembre 2014

GIOVANNI CRISCIONE, "I filosofi della Quarta Sezione", un romanzo-metafora sul declino dell'intellettuale contemporaneo

"I filosofi della Quarta Sezione", recente fatica letteraria del penalista agrigentino Diego Guadagnino, è un libro piacevolissimo, ironico e divertente, ma è anche ricco di spunti interessanti e concetti profondi che invitano il lettore a riflettere sul ruolo dell’intellettuale nella società contemporanea (Massa, Edizioni Clandestine, 2013, pp. 228, € 12,00).

L'ambientazione. A metà tra il romanzo filosofico e quello giudiziario (l’elemento dinamico della trama è un processo per falsa testimonianza), "I filosofi della Quarta Sezione" è ambientato nel 1985 a Cabiria, una cittadina immaginaria della piccola provincia siciliana. Salta subito agli occhi del lettore l'efficacia descrittiva dell’a. che riesce a rendere familiari i luoghi del romanzo: il centro storico deturpato qua e là da edifici moderni, gravitante intorno a un corso principale con le vie secondarie che vi si riversano come tanti affluenti; le periferie che hanno esteso l’abitato in tutte le direzioni, sotto la spinta dell’abusivismo e della cementificazione selvaggia che ora minaccia il primo anello della campagna all'uscita della città.
I personaggi. Il microcosmo sociale di Cabiria è raffigurato con grande acume e capacità di penetrazione psicologica (è questa, insieme all’efficacia descrittiva dei luoghi e alla ferrea consecutività logica rilevata da Armando Balduino nella prefazione, un’importante caratteristica della scrittura di Guadagnino). Nel romanzo sono rappresentati personaggi così vicini a tipi umani ben precisi che sembrano presi a prestito dalla realtà. Questo microcosmo è ordinato gerarchicamente secondo una piramide del potere. Al vertice vi è Raffaele Caserta, lo spregiudicato imprenditore che si è arricchito grazie alla speculazione edilizia e agli appalti pubblici. L’imprenditore ha consolidato il suo successo economico attraverso un network di relazioni sociali, che comprende "agganci" nelle istituzioni e nella burocrazia comunale (ufficio tecnico e commissione edilizia), amicizie politiche influenti, talpe nei tribunali, giornalisti a libro paga ed esponenti della malavita organizzata. Un gradino più giù stanno i politici democristiani, che rappresentano la classe dominante. Poi ci sono gli intellettuali tradizionali - il docente universitario, ossequiato come eminente tuttologo; lo storico locale, autore di numerose pubblicazioni edite tutte a cura e a spese del Comune; la poetessa nota nei salotti di Cabiria per le sillogi "Fiori d’ombra", "Germogli offesi" e "Stille d’universo"; il giornalista di Tele Cabiria – tutti "commessi" della classe politica dominante. E infine i professionisti, i tecnici, gli ingegneri, gli avvocati. In particolare, la galleria degli avvocati è un piccolo capolavoro di ironia. Indimenticabili alcune figure come l’avvocato Scarano «un civilista con una grande opinione di sé non condivisa dagli altri»: con lui, l’ovvio e l’evidente finiscono di essere tali e diventano la faticosa conquista di un tortuoso tragitto giudiziario; l’avvocato Argesilao Buttafuoco, pizzetto militare e viso rubizzo, che alza la voce per bilanciare l’inconsistenza degli argomenti; il principe del foro Romolo Cara, che trasuda superbia da ogni gesto e guarda tutti con sufficienza, anche i giudici. Il comune denominatore di questo microcosmo, preso nel suo complesso sono l’individualismo, l’amor proprio, la sete di potere, la superbia, la boria intellettuale.
La Quarta Sezione. Rispetto ai valori dominanti c’è a Cabiria un’oasi dove vigono valori sociali e morali, rappresentata dalla Quarta Sezione. È una sezione del Partito Comunista Italiano nata in polemica con le altre tre presenti nella città, ormai ridotte a circoli ricreativi. La Quarta Sezione è un’assemblea sui generis. Non è intitolata ad alcun notabile di partito. Paradossalmente l’atto che ne segna la nascita è la riconsegna delle tessere di partito. Ha uno statuto proprio che prescrive uno scopo antipolitico (l’emancipazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù mentale e materiale). I componenti non si chiamano tra loro compagni, ma colleghi e sono tali in quanto filosofi, sebbene svolgano mestieri diversi. I numi tutelari non sono gli uomini politici del partito, ma i maitre à penser come Marx, Gramsci e soprattutto Spinoza che è l’antesignano dell’emancipazione dell’uomo. Ha sede nei bassi di un palazzo nobiliare (altro paradosso) ed esplica la propria attività attraverso conferenze culturali, filosofiche e letterarie. Possiede una bacheca del pensiero dove, dopo un’opera di selezione e classificazione, vengono affissi i pensieri più profondi che giungono nella sede della Quarta Sezione.
Il protagonista. Leader e fondatore di quest’assemblea è il geometra Calogero Vinci, protagonista dell’opera. Da quando gli è morta la madre, vive da solo con due gatti. Nato e cresciuto in una famiglia di braccianti, frequentatore fin da bambino delle sezioni del PCI, ha sacrificato la sua vocazione umanistica per conseguire un diploma tecnico che gli ha consentito di entrare subito nel mondo del lavoro. Da autodidatta ha imparato il latino per leggere le opere di Spinoza nella lingua originale e si è costruito un’ampia e vasta cultura filosofica. Egli «campa di tecnica, ma vive di pensiero», proprio come l’occhialaio-filosofo di Amsterdam. Saggi della sua capacità di elaborazione filosofica sono la classificazione della marginalità del pensiero (schegge, cirri, chiodi) e la distinzione tra teatro e anfiteatro, all’inizio del libro, che dividono gli uomini in amanti dei piaceri del teatro (dell’arte, della cultura e dello spirito) e in fautori dei piaceri dell’anfiteatro, cioè dei piaceri vicini agli istinti più bassi, come le lotte tra i gladiatori, le uccisioni dei cristiani, gli spettacoli con le belve che un tempo si svolgevano appunto negli anfiteatri. Costruire anfiteatri reali o metaforici serve a impedire all’uomo di elevarsi al di sopra della bestialità. L’opera del filosofo consiste proprio nel travasare quote di umanità dall’anfiteatro al teatro. Per questo il filosofo è inviso al potere.
La trama. Il rigore morale, l’onestà intellettuale del Nostro, l’essere immune dal virus dell’amor proprio, dalla sete di potere, fama e ricchezza, ne fanno un professionista integerrimo, ma anche un personaggio scomodo per chi vorrebbe mettere le mani sulla città. È proprio questo attrito con il comitato d’affari che controlla Cabiria a mettere in moto un complotto silenzioso, ordito da oscuri manovratori ai danni del protagonista. il geometra-filosofo si ritrova estromesso da incarichi professionali e addirittura imputato in un processo per falsa testimonianza. L’autore descrive con grande maestria la frustrazione dell’imputato che si ritiene vittima innocente di un complotto, la ricerca delle prove per scagionarlo, la definizione della strategia processuale, fino a sviluppare profonde riflessioni sulla natura della giustizia.
«La macchina della giustizia - si legge - gli appariva come un giuoco dove non basta il rispetto delle regole per vincere; e questo margine d'azzardo glielo rendeva simile alla vita. Una volta che ci sei dentro ti devi difendere. La tua verità non è mai al sicuro, e non è detto che alla fine ce la faccia a prevalere sulla menzogna o sull'impostura o sulla calunnia che ti offende. Ognuno vorrebbe vedere la sua verità trionfare su tutto quello che la insidia, ma questo desiderio conferisce alla sua vita l'andamento di un processo. Ogni uomo, consapevole o meno che ne sia, è un accusato impegnato a difendersi, dalle circostanze, dagli altri, e tante volte anche da sè stesso». (pp. 201-202).
A controbilanciare i dispiaceri giudiziari del protagonista c’è la storia d’amore con l’architetto Renata Di Garbo, una donna colta e intelligente, che condivide con lui i valori della bellezza e dell’amore per la filosofia.
Il significato. Il libro è una metafora del declino e della caduta dell’intellettuale nella società contemporanea. Un declino, questo, che ha avuto inizio alla fine dell’Ottocento, ma che si è aggravato con la fine delle ideologie. Esso si richiama alla contrapposizione tra Faber (colui che fa, il tecnico, il manager, l’imprenditore) e Sapiens (colui che sa, l’intellettuale, il filosofo, il letterato). La storia dell’Occidente è attraversata dall'alternarsi di queste due opposte nature. Quando prevale l’una, l’altra soccombe. L’epoca che stiamo vivendo è quella del pragmatismo, della produzione, della tecnica e della tecnologia. Non vi è più spazio per la speculazione filosofica. La conseguenza più spaventosa di ciò è la morte dell’etica, l'unica forza in grado di guidare gli uomini verso livelli superiori di civiltà. E la tecnica, priva di guida, prelude a un mondo disumanizzato di palazzi anonimi e senz'anima, macchine, manichini, come quelli che compaiono nell'immagine di copertina, che è tratta da un dipinto del maestro Salvatore Fratantonio, intitolato appunto "Il manichino".

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