domenica 24 marzo 2013

MARIA ATTANASIO, Tra il nulla e la parola

 Introduzione a "La via breve" di Diego Guadagnino


Con un assiomatico divergere inizia La via breve: la radicale contrapposizione tra l’anonima e centrifuga strada, che conduce nelle aggrovigliate metropoli della contemporaneità, e l’inconfondibile identità culturale della vaneddra -“continuazione corale dello spazio domestico” e “topografia fisica dell’esistenza”- dove converge e si fonde il doppio irreversibile già stato dell’infanzia e della civiltà contadina. Ed è la vaneddra, quella che l’autore decisamente imbocca nel suo viaggio a ritroso verso quel mondo storicamente concluso, che per lui, però, è ancora vivido vissuto, pulsante autobiografia; per lui, e per chi –come lui nato nei primi anni cinquanta- appartiene all’ultima generazione che può ancora esistenzialmente testimoniarlo.
A guidarlo -dalla Sicilia visibile e omologata del presente a quella mitica e profonda dell’infanzia- è la lanterna magica della memoria: affabulante rievocazione di una condizione umana, sospesa tra il ciclico alternarsi delle stagioni e lo stupore esperienziale dello sguardo infantile. Ma senza nostalgiche edulcorazioni. La restituzione memoriale di Diego Guadagnino non ignora il movimento della storia e le laceranti dinamiche sociali di quegli anni: la fame, il freddo, l’ingiustizia, ma anche -e nonostante tutto –l’ostinata volontà di cambiamento, la speranza di futuro.
In bilico tra saggio e narrazione, La via breve non è solo un poetico requiem, ma la storia di una formazione e di un percorso conoscitivo, le cui radici etiche e sentimentali si intrecciamo ai valori e alle modalità di vita della civiltà contadina, matrice anche delle motivazioni civili e delle ragioni espressive della scrittura.
Con un sentimento, insieme, di pietà e indignazione, l’autore restituisce la sofferta umanità di esistenze marginali e senza storia, talvolta – per la loro paradigmatica tipicità - esemplarmente assunte nella memoria collettiva della vaneddra: dal babbeo al ribelle, al poeta, al malacarne, a tutta la struggente campionatura di una cultura oscillante tra epos e mito, tra coralità di voci e inconfondibile singolarità esistenziale.
Il viaggio della memoria verso il passato -un particolare nostos, questo, molto presente nella narrativa siciliana contemporanea: da Vittorini a Consolo a Bonaviri- si lega strettamente, nella intensa e raffinata testualità de La via breve, a una severa ricognizione dell’intelletto: il costitutivo interferire –sia in questo testo narrativo, sia nella raccolta di poesie Trasmutazione, pubblicata qualche anno fa- di metafora e concetto, di creatività e riflessione. Ma il riferimento concettuale non si traduce quasi mai in esplicita formulazione testuale, rimandando invece a un oscurato –e necessario- spessore di pensiero alla base di immagini e sentire; da qui l’interazione espressiva tra la sognante dilatazione percettiva dell’esperienza conoscitiva del bambino, e l’acuminata consapevolezza intellettuale dell’adulto che sa il finire di ogni cosa.
Non è infatti il presente, e nemmeno la morte individuale, la prospettiva temporale da cui lo scrittore guarda le transitorie forme di ogni vita e di ogni storia; bensì il nulla: ferita nell’essere che continuamente si riproduce.
A ribadirlo, la citazione della grande filosofa spagnola Maria Zambrano posta a epigrafe. E un’epigrafe non è mai casuale, e meno che mai questa: privilegiata chiave di interpretazione testuale per il lettore in quanto esplicita indicazione della prospettiva di sguardo dell’autore.
Rivisitata attraverso un ontologico nulla -“questo sentire è solo prospettiva/ volgente a morte per suo mutamento”, afferma lo scrittore in alcuni significativi versi di Trasmutazione - la vaneddra non è più, per lui, nè il denso e pulsante microcosmo del passato, nè l’utopico punto di riferimento memoriale del presente. Alla luce del simultaneo azzerarsi del tempo dell’infanzia e della civiltà contadina, essa gli appare una viuzza breve e disagevole, un luogo marginale e transitorio del mondo; e il suo nostos, il dissennato viaggio di un Ulisse in cerca di un’isola che più non c’è.
Ma che la scrittura può restituire all’esistenza.
Perchè solo la parola “ può tentare il sortilegio” di far rivivere “Itaca inghiottita dal mare”, scrive Diego Guadagnino a conclusione del libro; una parola però di intenso sentire e di profonda consapevolezza, come la sua: “spugna sempre imbevuta di stupore metafisico”.

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